Leggete questo articolo, l'ho trovato su "Repubblica".
Mentre infuria la battaglia sulle restrizione che sta per imporre la Fed sull’impegno delle banche nelle commodity, gli istituti di credito di Wall Street festeggiano profitti record derivanti proprio dal settore delle materie prime. Secondo la società di consulenza Coalition, le prime dieci banche del listino americano avrebbero registrato un incremento del 20% anno su anno nei primi mesi di marzo. A spingere verso l’alto un inverno particolarmente freddo, che ha fatto salire il prezzo della bolletta energetica. Un trend, tuttavia, limitato. Perché a valori assoluti, come ricorda il Financial Times, le prime dieci banche hanno tratto risorse dalle commodity pari a 4,5 miliardi di dollari lo scorso anno, contro i 14,1 del 2008, quando il trading sulle materie prime era ai massimi. A parte elettricità e gas, infatti, il settore dei metalli si tiene basso e anche altre commodity non salgono più di tanto.
L'attenzione è posta rischio che alcuni di questi asset in mano a banche possano incorrere in «catastrofi» come quella della Deepwater Horizon, la piattaforma petrolifera di Bp esplosa nel 2011 Golfo del Messico o il deragliamento di un treno carico di greggio che l'estate scorsa ha ucciso 47 persone in Canada. «Le recenti catastrofi – scrive la Fed – evidenziano che il costo di prevenzione degli incidenti è elevato e che le richieste di indennizzo connesse con attività sui mercati fisici delle commodities possono essere difficili da limitare e più alte del previsto». I senatori democratici spingono affinché la Fed imponga un innalzamento delle assicurazioni e garanzie e un aumento dei costi. In questo scenario alcune grandi banche avevano annunciato la loro intenzione di ritirarsi dal settore. Jp Morgan, per esempio, si è mossa per vendere gli “asset” fisici immagazzinati a Mercuria, una trading house svizzera. E Morgan Stanley sta per vendere parte delle sue operazioni alla russa Rosneft. Deutsche Bank dalla sua sta uscendo da alcuni settori. Il rischio è che a fronte di misure restrittive, le banche si limitino a tagliare quello che rende meno, per concentrarsi sui settori, come energia e gas, più promettenti.
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lunedì 19 maggio 2014
venerdì 4 aprile 2014
Fondi stranieri e finanza italiana, Blackrock scala anche il Banco Popolare
Ecco un estratto di un articolo che ho trovato su Il Fatto Quotidiano:
E’ amore vero tra Blackrock e le banche italiane. Il fondo americano che nelle scorse settimane ha scalato Intesa SanPaolo, Unicredit e il Monte dei Paschi di Siena è salito in testa all’azionariato anche di cui detiene il 6,851%, seguito dagli svizzeri di Ubs che ha il 2,65% dell’istituto veneto. L’acquisto è avvenuto lunedì 31, giorno in cui la banca nata dalla ceneri della Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani ha varato un aumento di capitale da 1,5 miliardi di euro che si concluderà il 17 aprile.
La partecipazione è detenuta indirettamente tramite 17 società di gestione del risparmio controllate da Blackrock che ha comunicato l’operazione alla Consob giovedì pomeriggio. La frammentazione delle quote permette al gestore di aggirare il divieto, contenuto nello statuto dell’istituto popolare veronese, di non superare la soglia dell’1% del capitale, pena la perdita del diritto al dividendo e l’obbligo entro un anno di alienare la azioni in eccesso. Il gruppo, con casa madre a New York ma attivo attraverso divisioni di tutto il mondo che agiscono anche in modo indipendente, ha oltre 4mila miliardi di asset in gestione e di solito, come nel caso del Banco, fraziona l’investimento in una serie di fondi diversi. A oggi, in base alle comunicazioni rilasciate alla Consob, sappiamo che Blackrock oltre che delle banche ha il 5% di Azimut. Sotto la stessa soglia rilevante il colosso del risparmio Usa si è portato, a metà del mese di marzo, in Telecom. Nel gruppo di tlc aveva una quota del 7,7%, che arrivava al 10% considerando la partecipazione potenziale derivante dalla sottoscrizione del prestito convertendo che la società ha varato prima di Natale. Una fotografia, anche se più sfuocata, è poi quella che deriva dai libri soci e dalla presenza nelle assemblee della scorsa primavera. Blackrock risultava avere una quota del 5% circa in Atlantia, del 4% in Fiat, del 2,8% in Generali.
E’ amore vero tra Blackrock e le banche italiane. Il fondo americano che nelle scorse settimane ha scalato Intesa SanPaolo, Unicredit e il Monte dei Paschi di Siena è salito in testa all’azionariato anche di cui detiene il 6,851%, seguito dagli svizzeri di Ubs che ha il 2,65% dell’istituto veneto. L’acquisto è avvenuto lunedì 31, giorno in cui la banca nata dalla ceneri della Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani ha varato un aumento di capitale da 1,5 miliardi di euro che si concluderà il 17 aprile.
La partecipazione è detenuta indirettamente tramite 17 società di gestione del risparmio controllate da Blackrock che ha comunicato l’operazione alla Consob giovedì pomeriggio. La frammentazione delle quote permette al gestore di aggirare il divieto, contenuto nello statuto dell’istituto popolare veronese, di non superare la soglia dell’1% del capitale, pena la perdita del diritto al dividendo e l’obbligo entro un anno di alienare la azioni in eccesso. Il gruppo, con casa madre a New York ma attivo attraverso divisioni di tutto il mondo che agiscono anche in modo indipendente, ha oltre 4mila miliardi di asset in gestione e di solito, come nel caso del Banco, fraziona l’investimento in una serie di fondi diversi. A oggi, in base alle comunicazioni rilasciate alla Consob, sappiamo che Blackrock oltre che delle banche ha il 5% di Azimut. Sotto la stessa soglia rilevante il colosso del risparmio Usa si è portato, a metà del mese di marzo, in Telecom. Nel gruppo di tlc aveva una quota del 7,7%, che arrivava al 10% considerando la partecipazione potenziale derivante dalla sottoscrizione del prestito convertendo che la società ha varato prima di Natale. Una fotografia, anche se più sfuocata, è poi quella che deriva dai libri soci e dalla presenza nelle assemblee della scorsa primavera. Blackrock risultava avere una quota del 5% circa in Atlantia, del 4% in Fiat, del 2,8% in Generali.
lunedì 25 marzo 2013
Il campanello dell'oro allarma i listini
A seguito degli effetti sull'Euro della crisi di Cipro, Il Sole 24 Ore presenta uno schema sulla situazione delle Borse globali.
Le Borse globali nell'ultima settimana hanno tenuto tutto sommato bene, malgrado i potenziali effetti dirompenti della crisi cipriota sull'euro – vedremo cosa accadrà da oggi in poi – e i dati macroeconomici contrastati e poco entusiasmanti che vengono da tutte le principali economie del mondo. Segno che l'enorme liquidità circolante sui mercati vede ancora, almeno per il momento, i listini come l'unico approccio possibile per ottenere un po' di rendimento, sia pure fra molti rischi. L'S&P 500 e il Dax, per esempio, sono assai vicini ai loro massimi assoluti, rispettivamente a 1.576 (ottobre 2007) e 8.151 (luglio 2007). Ma l'incertezza globale induce gli operatori alla prudenza e al rinvio degli acquisti, frenando un possibile allungo oltre i top storici.
D'altra parte c'è da chiedersi fino a quando potrà proseguire il decoupling fra listini azionari (positivi) e fondamentali economici (deboli). Non è una domanda da poco, perchè – anche se quasi tutti gli analisti di Borsa giudicano inevitabile, a breve, una correzione anche violenta – c'è da capire se il prossimo ribasso sarà una occasione di acquisto o l'inizio di una fase Orso di più lunga durata. Nelle ultime sedute anche l'oro, il bene rifugio per eccellenza, è stato comprato dai gestori in funzione di copertura dal rischio ed è tornato sopra i 1.600 dollari per oncia. E questo, come vedremo fra poco, è un segnale da guardare con attenzione. Ma andiamo con ordine. «Le ultime due settimane – ha osservato Neil Dwane, Cio Europe di Allianz Global Investors partecipando all'ultima tavola rotonda virtuale organizzata da www.ricercaefinanza.it – hanno dimostrato che il mercato è abbastanza resistente, nonostante le incertezze politiche. La liquidità a buon mercato, che è in attesa di opportunità di investimento, e le valutazioni favorevoli stanno portando a un aumento delle attività di fusione e acquisizione che sosterranno il mercato». In Europa, alla luce delle prossime decisioni (formazione di un Governo in Italia, sostenibilità del debito a Cipro) e dei top raggiunti sui mercati azionari internazionali, «sarà comunque possibile qualche presa di profitto. In ogni caso restiamo positivi sui titoli azionari ad alto rendimento e sulle small». Inoltre, aggiunge Thomas Bichler di Raiffeisen Cm, «attualmente troviamo più valore in Europa che in altri mercati sviluppati: alcune aziende europee hanno una valutazione del 40% in meno rispetto alle omologhe statunitensi, Quindi, in assenza di un collasso, l'equity europeo può guadagnare». Già, il collasso. Dell'economia o dell'euro, non importa. Comunque sarebbe drammatico. Tutti speriamo di evitarlo, ma la certezza che non accada nessuno può darla. E per questo il ragionamento torna, giocoforza, alle strategie di difesa e all'oro. «Lo terrei – pensa Monica Defend, responsabile Global asset allocation research di Pioneer Investment – più per correlazioni (bene rifugio e copertura da fiammate inflazionistiche/depressione) che non per i rendimenti attesi. Può anche rappresentare – assieme a Cina, valute e Nikkei – una "strategia satellite" per arricchire i contributi alla performance di un portafoglio». Francesco Caruso, analista tecnico indipendente e animatore del sito www.cicliemercati.it, sottolinea che «l'elettroencefalogramma dell'economia globale è piatto, ma le Borse restano l'unico asset con qualche potenzialità di rendimento». La cosa interessante, sottolinea ancora Caruso, «è però che il rapporto fra S&P 500 (espresso in punti e in dollari) e oro (espresso in dollari per oncia), da molti mesi sfavorevole all'indice azionario, si sta avvicinando alla parità». Se questa verrà superata, se cioè l'indice arriverà a valere più dell'oro, può essere un segnale di un nuovo "risk on" con conseguenti nuovi acquisti sul mercato azionario». Invece, conclude Caruso, «se il rapporto dovesse scendere sotto 0,90-0,89, allora potrebbero aprirsi problemi di non poco conto nel futuro dei listini».
Le Borse globali nell'ultima settimana hanno tenuto tutto sommato bene, malgrado i potenziali effetti dirompenti della crisi cipriota sull'euro – vedremo cosa accadrà da oggi in poi – e i dati macroeconomici contrastati e poco entusiasmanti che vengono da tutte le principali economie del mondo. Segno che l'enorme liquidità circolante sui mercati vede ancora, almeno per il momento, i listini come l'unico approccio possibile per ottenere un po' di rendimento, sia pure fra molti rischi. L'S&P 500 e il Dax, per esempio, sono assai vicini ai loro massimi assoluti, rispettivamente a 1.576 (ottobre 2007) e 8.151 (luglio 2007). Ma l'incertezza globale induce gli operatori alla prudenza e al rinvio degli acquisti, frenando un possibile allungo oltre i top storici.
D'altra parte c'è da chiedersi fino a quando potrà proseguire il decoupling fra listini azionari (positivi) e fondamentali economici (deboli). Non è una domanda da poco, perchè – anche se quasi tutti gli analisti di Borsa giudicano inevitabile, a breve, una correzione anche violenta – c'è da capire se il prossimo ribasso sarà una occasione di acquisto o l'inizio di una fase Orso di più lunga durata. Nelle ultime sedute anche l'oro, il bene rifugio per eccellenza, è stato comprato dai gestori in funzione di copertura dal rischio ed è tornato sopra i 1.600 dollari per oncia. E questo, come vedremo fra poco, è un segnale da guardare con attenzione. Ma andiamo con ordine. «Le ultime due settimane – ha osservato Neil Dwane, Cio Europe di Allianz Global Investors partecipando all'ultima tavola rotonda virtuale organizzata da www.ricercaefinanza.it – hanno dimostrato che il mercato è abbastanza resistente, nonostante le incertezze politiche. La liquidità a buon mercato, che è in attesa di opportunità di investimento, e le valutazioni favorevoli stanno portando a un aumento delle attività di fusione e acquisizione che sosterranno il mercato». In Europa, alla luce delle prossime decisioni (formazione di un Governo in Italia, sostenibilità del debito a Cipro) e dei top raggiunti sui mercati azionari internazionali, «sarà comunque possibile qualche presa di profitto. In ogni caso restiamo positivi sui titoli azionari ad alto rendimento e sulle small». Inoltre, aggiunge Thomas Bichler di Raiffeisen Cm, «attualmente troviamo più valore in Europa che in altri mercati sviluppati: alcune aziende europee hanno una valutazione del 40% in meno rispetto alle omologhe statunitensi, Quindi, in assenza di un collasso, l'equity europeo può guadagnare». Già, il collasso. Dell'economia o dell'euro, non importa. Comunque sarebbe drammatico. Tutti speriamo di evitarlo, ma la certezza che non accada nessuno può darla. E per questo il ragionamento torna, giocoforza, alle strategie di difesa e all'oro. «Lo terrei – pensa Monica Defend, responsabile Global asset allocation research di Pioneer Investment – più per correlazioni (bene rifugio e copertura da fiammate inflazionistiche/depressione) che non per i rendimenti attesi. Può anche rappresentare – assieme a Cina, valute e Nikkei – una "strategia satellite" per arricchire i contributi alla performance di un portafoglio». Francesco Caruso, analista tecnico indipendente e animatore del sito www.cicliemercati.it, sottolinea che «l'elettroencefalogramma dell'economia globale è piatto, ma le Borse restano l'unico asset con qualche potenzialità di rendimento». La cosa interessante, sottolinea ancora Caruso, «è però che il rapporto fra S&P 500 (espresso in punti e in dollari) e oro (espresso in dollari per oncia), da molti mesi sfavorevole all'indice azionario, si sta avvicinando alla parità». Se questa verrà superata, se cioè l'indice arriverà a valere più dell'oro, può essere un segnale di un nuovo "risk on" con conseguenti nuovi acquisti sul mercato azionario». Invece, conclude Caruso, «se il rapporto dovesse scendere sotto 0,90-0,89, allora potrebbero aprirsi problemi di non poco conto nel futuro dei listini».
giovedì 10 settembre 2009
Banche USA: ancora fallimenti
A fine agosto altre tre banche USA sono fallite: Affinity Bank di Ventura in California, Bradford Bank di Baltimora nel Maryland e Mainstreet Bank nel Minnesota.
Salgono così a 84 gli istituti bancari Usa falliti e amministrati dallo Stato federale quest’anno a causa della crisi.
Quali saranno le ripercussioni in Europa e in Italia?
Le banche europee e le singole nazioni come Germania e Spagna stanno già studiando piani d'emergenza e denunciando pericolose bolle finanziarie...
Salgono così a 84 gli istituti bancari Usa falliti e amministrati dallo Stato federale quest’anno a causa della crisi.
Quali saranno le ripercussioni in Europa e in Italia?
Le banche europee e le singole nazioni come Germania e Spagna stanno già studiando piani d'emergenza e denunciando pericolose bolle finanziarie...
martedì 8 settembre 2009
La crisi del private equity
La Fdic, Federal Deposit Insurance Corporation, l'agenzia pubblica che garantisce i depositi bancari negli Stati Uniti, progetta delle restrizioni maggiori agli investimenti dei fondi di private equity nelle banche a stelle e strisce. (fonte agenzia Bloomberg)
Certamente la crisi in corso chiama in causa il mondo del private equity in tutti i paesi e l'intervento di questi fondi diventa spesso fondamentale per dare nuova efficienza al mercato e per la gestione di situazioni spesso difficili.
Certamente la crisi in corso chiama in causa il mondo del private equity in tutti i paesi e l'intervento di questi fondi diventa spesso fondamentale per dare nuova efficienza al mercato e per la gestione di situazioni spesso difficili.
mercoledì 2 settembre 2009
Federal Reserve: Obama annuncia la conferma di Ben Bernanke
Sarà confermato Ben Bernake, per il secondo mandato consecutivo, alla guida della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti.
Ecco come lo descrive News Italia Press:
"Il quattordicesimo presidente della Fed Ben Bernanke, il cui primo mandato terminerà ufficialmente a gennaio 2010, è stato nominato alla guida della Fed per la prima volta da George W. Bush il 25 ottobre 2005. Originario della Georgia, dove è nato nel dicembre del 1953, Bernanke si è laureato in economia ad Harvard nel 1975, per poi conseguire un Ph.D nel 1979 al Massachusetts Institute of Technology. Da Boston Bernanke, oggi sposato e padre di due figli, si è poi trasferito a Princeton, nel New Jersey, dove nel 1985 ha iniziato una carriera universitaria culminata nella presidenza del dipartimento economico del prestigioso ateneo. Esperto di economia monetaria fra i più riconosciuti a livello internazionale, Bernanke e' anche un grande appassionato di storia economica e in particolare della Grande Depressione. E le sue conoscenze su questo tema gli sono state utili per l'attuale crisi, che ha segnato anche una modifica dei compiti e delle competenze della Fed in senso stretto, oltre che delle sue strategie di comunicazione."
Ecco come lo descrive News Italia Press:
"Il quattordicesimo presidente della Fed Ben Bernanke, il cui primo mandato terminerà ufficialmente a gennaio 2010, è stato nominato alla guida della Fed per la prima volta da George W. Bush il 25 ottobre 2005. Originario della Georgia, dove è nato nel dicembre del 1953, Bernanke si è laureato in economia ad Harvard nel 1975, per poi conseguire un Ph.D nel 1979 al Massachusetts Institute of Technology. Da Boston Bernanke, oggi sposato e padre di due figli, si è poi trasferito a Princeton, nel New Jersey, dove nel 1985 ha iniziato una carriera universitaria culminata nella presidenza del dipartimento economico del prestigioso ateneo. Esperto di economia monetaria fra i più riconosciuti a livello internazionale, Bernanke e' anche un grande appassionato di storia economica e in particolare della Grande Depressione. E le sue conoscenze su questo tema gli sono state utili per l'attuale crisi, che ha segnato anche una modifica dei compiti e delle competenze della Fed in senso stretto, oltre che delle sue strategie di comunicazione."
lunedì 31 agosto 2009
Bbva rileva asset Guaranty Bank
"La divisione statunitense di Bbva, Compass, ha rilevato asset per 12 miliardi di dollari dalla banca texana Guaranty Bank, diventando la quarta banca in termini di depositi in quello Stato e la numero 15 negli Stati Uniti. Lo ha annunciato il colosso bancario spangolo, spiegando che rileverà depositi per 11,5 miliardi di dollari dalla banca a stelle e strisce, mentre la Federal Deposit Insurance Corporation si farà carico delle potenziali perdite sul portafoglio.
Bbva Compass ingloberà, in pratica, 164 nuove filiali con 300.000 clienti, alzando il totale a 750 nei sette Stati tra Florida e California. Il titolo Bbva alla Borsa di Madrid festeggia la notizia con un progresso del 2,34% a 12,24 euro. L'istituto non ha rilasciato i termini finanziari dell'operazione, si sa solo che il takeover non avrà alcun costo iniziale.
Lo ha detto un portavoce della banca spagnola, aggiungendo che l'operazione non avrà alcun impatto sul capitale del gruppo. In ogni caso, secondo gli analisti, la banca è riuscita ad accaparrarsi asset con grandi potenzialità a condizioni molto convenienti.
Ci ha visto giusto JP Morgan che stamattina, prima ancora dell'arrivo della notizia, ha promosso Bbva da neutral a overweight, fissando un prezzo obiettivo a 15,10 euro. La banca d'affari ha anche alzato il rating della rivale Santander, sempre da neutral a overweight, con un target a 11,90 euro. Al momento questa azione viaggia in rialzo dello 0,5% a 10,56 euro.
"Preferiamo comunque Bbva", si legge nella nota di JP Morgan. "Con i rischi macro che stanno scemando e dopo i forti risultati del secondo trimestre abbiamo una migliore visibilità sul fatto che la correzione degli utili di Santader e di Bbva sarà meno marcata di quanto previsto. Molti aspetti fondamentali sembrano favorisce Santander, come il miglior mix geografico, il taglio dei costi, il più forte capitale e il più elevato yield 2009".
Tuttavia Banco Bilbao offre un più interessante punto d'entrata "per quello che noi ci aspettiamo n termini di rerating per entrambe le azioni nei prossimi anni", continuano a spiegare gli analisti di JP Morgan. Senza contare che il titolo Bbva tratta a multipli più convenienti rispetto al Santander: 8,8 volte il P/e 2010 contro 10,2 volte.
Dal punto di vista dei conti JP Morgan dice di avere ora un approccio meno conservativo in termini di utili e ha stimato profitti accumulati pari a 27 miliardi di euro per Santander e pari a 16 miliardi per Bbva nel periodo 2009-2011 contro una stima precedente rispettivamente di 17 e 8 miliardi di euro.
Visti i più bassi accantonamenti, "la migliore profittabilità dei due gruppi permetterà ai due titoli di apprezzarsi più velocemente in Borsa", conclude JP Morgan secondo cui, infine, il processo di M&A rimane un'opzione sia per Santader sia per Bbva."
(Francesca Gerosa su Milanofinanza)
Bbva Compass ingloberà, in pratica, 164 nuove filiali con 300.000 clienti, alzando il totale a 750 nei sette Stati tra Florida e California. Il titolo Bbva alla Borsa di Madrid festeggia la notizia con un progresso del 2,34% a 12,24 euro. L'istituto non ha rilasciato i termini finanziari dell'operazione, si sa solo che il takeover non avrà alcun costo iniziale.
Lo ha detto un portavoce della banca spagnola, aggiungendo che l'operazione non avrà alcun impatto sul capitale del gruppo. In ogni caso, secondo gli analisti, la banca è riuscita ad accaparrarsi asset con grandi potenzialità a condizioni molto convenienti.
Ci ha visto giusto JP Morgan che stamattina, prima ancora dell'arrivo della notizia, ha promosso Bbva da neutral a overweight, fissando un prezzo obiettivo a 15,10 euro. La banca d'affari ha anche alzato il rating della rivale Santander, sempre da neutral a overweight, con un target a 11,90 euro. Al momento questa azione viaggia in rialzo dello 0,5% a 10,56 euro.
"Preferiamo comunque Bbva", si legge nella nota di JP Morgan. "Con i rischi macro che stanno scemando e dopo i forti risultati del secondo trimestre abbiamo una migliore visibilità sul fatto che la correzione degli utili di Santader e di Bbva sarà meno marcata di quanto previsto. Molti aspetti fondamentali sembrano favorisce Santander, come il miglior mix geografico, il taglio dei costi, il più forte capitale e il più elevato yield 2009".
Tuttavia Banco Bilbao offre un più interessante punto d'entrata "per quello che noi ci aspettiamo n termini di rerating per entrambe le azioni nei prossimi anni", continuano a spiegare gli analisti di JP Morgan. Senza contare che il titolo Bbva tratta a multipli più convenienti rispetto al Santander: 8,8 volte il P/e 2010 contro 10,2 volte.
Dal punto di vista dei conti JP Morgan dice di avere ora un approccio meno conservativo in termini di utili e ha stimato profitti accumulati pari a 27 miliardi di euro per Santander e pari a 16 miliardi per Bbva nel periodo 2009-2011 contro una stima precedente rispettivamente di 17 e 8 miliardi di euro.
Visti i più bassi accantonamenti, "la migliore profittabilità dei due gruppi permetterà ai due titoli di apprezzarsi più velocemente in Borsa", conclude JP Morgan secondo cui, infine, il processo di M&A rimane un'opzione sia per Santader sia per Bbva."
(Francesca Gerosa su Milanofinanza)
venerdì 21 agosto 2009
Roubini: le banche nascondono le loro vere perdite
In un’intervista a Repubblica uscita ieri, Nouriel Roubini ha dichiarato che le banche starebbero nascondendo al mercato e agli azionisti la loro vera situazione patrimoniale, occultando assets tossici nella speranza che le manovre di stimolo governativo continuino all'infinito.
L’economista, ex consulente di Clinton, fu il primo, un anno fa, a predire il collasso dell'economia.
Riguardo alle Banche Italiane, secondo Rubini “forse, all'inizio, il fatto di essere un po' meno esposte su titoli cartolarizzati e con gli hedge fund le ha parzialmente tutelate. Ma ormai la crisi è generale, il credit crunch è globale, lo stesso sistema produttivo contraendosi trascina con sé quello finanziario. Possiamo forse dire che in America la crisi è partita dalla finanza ed è approdata all'industria e in Europa il contrario, ma non ha molto senso imbarcarsi in queste distinzioni. Ora è tempo che, per quanto possibile, anche l'Europa, Italia compresa, intervenga a favore delle proprie banche, acquistando se e quando necessario sull'esempio inglese quote di azioni privilegiate senza diritto di voto.”
L’economista, ex consulente di Clinton, fu il primo, un anno fa, a predire il collasso dell'economia.
Riguardo alle Banche Italiane, secondo Rubini “forse, all'inizio, il fatto di essere un po' meno esposte su titoli cartolarizzati e con gli hedge fund le ha parzialmente tutelate. Ma ormai la crisi è generale, il credit crunch è globale, lo stesso sistema produttivo contraendosi trascina con sé quello finanziario. Possiamo forse dire che in America la crisi è partita dalla finanza ed è approdata all'industria e in Europa il contrario, ma non ha molto senso imbarcarsi in queste distinzioni. Ora è tempo che, per quanto possibile, anche l'Europa, Italia compresa, intervenga a favore delle proprie banche, acquistando se e quando necessario sull'esempio inglese quote di azioni privilegiate senza diritto di voto.”
venerdì 17 luglio 2009
Goldman Sachs: non è ancora scampato pericolo
Martedì Goldman Sachs ha aperto la stagione delle trimestrali.
Riporto i commenti di Il Sussidiario:
“Come ampiamente previsto i risultati della stella indiscussa della finanza globale sono stati assolutamente positivi e hanno avuto un effetto benefico sull’intero mercato. L’andamento dovrebbe essere comune a molte delle banche d’affari e di investimento europee e americane, perché mercati azionari in gran spolvero (nel secondo trimestre) e le enormi potenzialità che tassi di interesse così bassi hanno dato a tesorerie e “desk” proprietari hanno creato le condizioni per risultati più che positivi.
Come sempre bisogna evitare di accontentarsi delle prime analisi superficiali e saper distinguere i dettagli (all’interno dei quali, come dicono gli inglesi, si nasconde il diavolo) e il contesto in cui certi risultati vengono comunicati. Non può essere oggetto di dubbi e dibattiti la performance dei mercati azionari e obbligazionari negli ultimi tre mesi, né si può evitare di prendere atto che le condizioni dei mercati finanziari e interbancari siano notevolmente cambiate rispetto alle circostanze pessime di sei mesi fa.
È quindi impensabile che schiere di professionisti della finanza altamente qualificati non siano riusciti ad approfittare di rialzi così netti e di miglioramenti così pronunciati dell’ambiente finanziario. Ciò che rimane ancora coperto dal mistero e che riduce di molto la significatività di questi dati è l’”affidabilità” e la solidità degli attivi, neutralizzati dal cambiamento delle regole contabili e ancora molto poco liquidi. Rimanendo sulla regina di Wall Street grande scalpore ha suscitato la notizia che i compensi dei dipendenti possano tornare a livelli record già nel 2009 (in media si potrebbe arrivare a circa 550mila euro per dipendente) quando il rischio di collasso globale finanziario è stato appena, si spera, scongiurato.
Ci uniamo, molto umilmente, al commento del Financial Times che ha avanzato l’ipotesi che il fatto possa alimentare un qualche tipo di dibattito tra i politici americani. È evidente che compensi così elevati e raggiungibili in così poco tempo oltre che determinare un’imbattibile concorrenza rispetto all’industria nell’attrarre le persone più dinamiche e preparate (negli anni buoni compensi più alti anche di 4 o 5 volte), comporta inevitabili, e per la verità pure comprensibili, incentivi ad assumere comportamenti rischiosi e con un’ottica di breve periodo. Il tema è spinosissimo perché nel caso specifico nuove regole calate dall’alto sarebbero di difficile ideazione e di ancor più complessa applicazione, ma segnala il fatto che nel mondo finanziario ben poco è cambiato dall’inizio della crisi.
Se Goldman Sachs si può quindi ritenere un ottimo termometro per le banche d’investimento, nessuna indicazione chiara e ufficiale è stata ancora data al mercato sulla salute delle banche che servono principalmente famiglie e imprese. Domani si potrà fare una prima valutazione con la pubblicazione dei risultati di Citigroup e Bank of America e occorrerà saper distinguere la parte dei risultati comunque legata ai mercati finanziari da quella relativa ai crediti a famiglie e imprese. Non sarebbe strano se emergessero due tendenze opposte e se questo andamento si rivelasse poi applicabile anche al caso delle istituzione europee. Infatti ciò che con ogni probabilità vedremo saranno bilanci salvati dalle attività legate ai mercati finanziari che saranno, a seconda dei casi, più o meno sufficienti a compensare il pessimo andamento del margine di interesse (legato all’andamento dei prestiti) e soprattutto delle sofferenze sui crediti.
Proprio su quest’ultimo punto si concentreranno le attenzioni degli investitori perché si avrà un segnale affidabile dello stato di sofferenza delle imprese e delle loro difficoltà a ripagare i propri debiti. Data la profonda recessione che ha caratterizzato l’economia negli ultimi mesi qualsiasi sorpresa positiva darebbe adito a dubbi e speculazioni sulle politiche contabili delle banche. La tentazione di posticipare la contabilizzazione di alcune perdite nella speranza di una ripresa prima della fine dell’anno potrebbe infatti essere irresistibile. Passare indenni queste due settimane sarebbe di notevole importanza per la fiducia degli operatori e per evitare ulteriori deterioramenti del quadro macroeconomico.
Rimane comunque il fatto che incentivi e aiuti di varia natura a interi settori finanziari e industriali non possono continuare all’infinito e che, proprio per questo, anche di fronte alla migliore delle possibili “stagioni dei risultati” sarà ancora troppo presto per proclamare lo scampato pericolo.”
Riporto i commenti di Il Sussidiario:
“Come ampiamente previsto i risultati della stella indiscussa della finanza globale sono stati assolutamente positivi e hanno avuto un effetto benefico sull’intero mercato. L’andamento dovrebbe essere comune a molte delle banche d’affari e di investimento europee e americane, perché mercati azionari in gran spolvero (nel secondo trimestre) e le enormi potenzialità che tassi di interesse così bassi hanno dato a tesorerie e “desk” proprietari hanno creato le condizioni per risultati più che positivi.
Come sempre bisogna evitare di accontentarsi delle prime analisi superficiali e saper distinguere i dettagli (all’interno dei quali, come dicono gli inglesi, si nasconde il diavolo) e il contesto in cui certi risultati vengono comunicati. Non può essere oggetto di dubbi e dibattiti la performance dei mercati azionari e obbligazionari negli ultimi tre mesi, né si può evitare di prendere atto che le condizioni dei mercati finanziari e interbancari siano notevolmente cambiate rispetto alle circostanze pessime di sei mesi fa.
È quindi impensabile che schiere di professionisti della finanza altamente qualificati non siano riusciti ad approfittare di rialzi così netti e di miglioramenti così pronunciati dell’ambiente finanziario. Ciò che rimane ancora coperto dal mistero e che riduce di molto la significatività di questi dati è l’”affidabilità” e la solidità degli attivi, neutralizzati dal cambiamento delle regole contabili e ancora molto poco liquidi. Rimanendo sulla regina di Wall Street grande scalpore ha suscitato la notizia che i compensi dei dipendenti possano tornare a livelli record già nel 2009 (in media si potrebbe arrivare a circa 550mila euro per dipendente) quando il rischio di collasso globale finanziario è stato appena, si spera, scongiurato.
Ci uniamo, molto umilmente, al commento del Financial Times che ha avanzato l’ipotesi che il fatto possa alimentare un qualche tipo di dibattito tra i politici americani. È evidente che compensi così elevati e raggiungibili in così poco tempo oltre che determinare un’imbattibile concorrenza rispetto all’industria nell’attrarre le persone più dinamiche e preparate (negli anni buoni compensi più alti anche di 4 o 5 volte), comporta inevitabili, e per la verità pure comprensibili, incentivi ad assumere comportamenti rischiosi e con un’ottica di breve periodo. Il tema è spinosissimo perché nel caso specifico nuove regole calate dall’alto sarebbero di difficile ideazione e di ancor più complessa applicazione, ma segnala il fatto che nel mondo finanziario ben poco è cambiato dall’inizio della crisi.
Se Goldman Sachs si può quindi ritenere un ottimo termometro per le banche d’investimento, nessuna indicazione chiara e ufficiale è stata ancora data al mercato sulla salute delle banche che servono principalmente famiglie e imprese. Domani si potrà fare una prima valutazione con la pubblicazione dei risultati di Citigroup e Bank of America e occorrerà saper distinguere la parte dei risultati comunque legata ai mercati finanziari da quella relativa ai crediti a famiglie e imprese. Non sarebbe strano se emergessero due tendenze opposte e se questo andamento si rivelasse poi applicabile anche al caso delle istituzione europee. Infatti ciò che con ogni probabilità vedremo saranno bilanci salvati dalle attività legate ai mercati finanziari che saranno, a seconda dei casi, più o meno sufficienti a compensare il pessimo andamento del margine di interesse (legato all’andamento dei prestiti) e soprattutto delle sofferenze sui crediti.
Proprio su quest’ultimo punto si concentreranno le attenzioni degli investitori perché si avrà un segnale affidabile dello stato di sofferenza delle imprese e delle loro difficoltà a ripagare i propri debiti. Data la profonda recessione che ha caratterizzato l’economia negli ultimi mesi qualsiasi sorpresa positiva darebbe adito a dubbi e speculazioni sulle politiche contabili delle banche. La tentazione di posticipare la contabilizzazione di alcune perdite nella speranza di una ripresa prima della fine dell’anno potrebbe infatti essere irresistibile. Passare indenni queste due settimane sarebbe di notevole importanza per la fiducia degli operatori e per evitare ulteriori deterioramenti del quadro macroeconomico.
Rimane comunque il fatto che incentivi e aiuti di varia natura a interi settori finanziari e industriali non possono continuare all’infinito e che, proprio per questo, anche di fronte alla migliore delle possibili “stagioni dei risultati” sarà ancora troppo presto per proclamare lo scampato pericolo.”
giovedì 2 luglio 2009
Le banche italiane non investono in titoli tossici
Mario Draghi, governato di Bankitalia, ha spiegato che le banche italiane negli ultimi 3/4 anni hanno gestito situazioni di fusione e di cambi manager che hanno di fatto aiutato a non farsi distrarre dalle proposte provenienti oltre oceano.
Oltre a questo, già in passato le banche italiane avevano provato a investire nel mercato americano con pessime conseguenze ed è per questo che ora si guarda il mercato oltre oceano con maggiore diffidenza e questo fattore ha regalato una sorta di protezione che ha salvaguardato il capitale.
Non avendo quindi clienti americani, le banche italiane non hanno sentito la necessità di proporre alti tassi di investimento poichè la concorrenza europea non lo prevedeva.
Draghi spiega che il 70% e passa dei finanziamenti promossi dalle banche italiane è realizzato dal mercato al dettaglio e quindi molto meno rischioso rispetto ad altri tipi di finanziamento. Quello che rende forti le banche italiane è il fatto che il formato della maggior parte dei prestiti erogati è di piccole e medie dimensioni e che pertanto non incide sul fattore di rischio.
Le banche italiane, grazie anche ad una legislatura che glielo permette, hanno sempre mantenuto un atteggiamento aggressivo verso chiunque e le garanzie sono sempre a proprio favore."
(piazzaffari.info)
lunedì 29 giugno 2009
R&S Mediobanca: fuorvianti i coefficienti Basilea 2
"I coefficienti di solvibilità di Basilea si sono dimostrati poco significativi di fronte alla crisi e non hanno lasciato presagire gli imminenti problemi delle banche, tanto che molte di quelle che nel giro di pochi mesi avrebbero avuto bisogno del sostegno pubblico erano fino al giugno 2008 tra le migliori in termini di core capital ratio. È quanto emerge dall'indagine di R&S Mediobanca, il gruppo bancario presieduto da Cesare Geronzi, sulle maggiori banche internazionali nel periodo 1998-2008, che evidenzia origini ed effetti della crisi finanziaria tutt'ora in corso.
Il campione di banche europee considerate da R&S a fine giugno 2008 aveva un total capital radio dell'11,8, a fronte di un 8 minimo regolamentare, e gruppi come Ubs (15,7), Dresdner Bank (14,4%), Rbs (13,1) erano ai vertici della classifica, nonostante entro fine anno abbiano poi avuto bisogno di aiuti pubblici. Situazione analoga negli Usa, dove il coefficiente medio era di 12,7. Tra la fine del 2007 e il giugno 2008, con l'introduzione di Basilea 2, il total capital ratio delle maggiori banche europee e Usa è addirittura migliorato di circa un punto, forse per problemi nella valutazione della qualità degli attivi da parte delle banche e delle agenzie di rating, non lasciando presagire quello che stava per accedere.
I sintomi della crisi imminente, osservano a R&S, erano più leggibili in altri indicatori, a partire dal rapporto tra il totale delle passività e il capitale netto tangibile, che segnalava le grandi banche europee in posizioni più critiche di quelle Usa: le prime a fine 2007 avevano un passivo pari in media a 34,6 volte il patrimonio, passivo che é balzato nel 2008 a 43,4 volte, mentre le seconde nel 2007 erano a quota 26,5 volte, ma già in miglioramento nel 2008 a 20,9 volte grazie alle massicce ricapitalizzazioni del sistema bancario avvenute nella seconda parte dell'anno.
A fine 2007 la posizione di gran lunga più precaria risultava quella di Hypo Real Estate, la banca tedesca salvata dal governo, che a fine 2007 aveva passività pari a 112 volte il patrimonio netto tangibile, seguita da Ubs con 79,7 volte, Deutsche Bank con 68,1 volte, WestLb con 65,9 volte e Ing con 54,8 volte: tutte banche che sono state aiutate per far fronte alla crisi.
Per le banche italiane «sostanziale tenuta»
Quanto alle banche italiane, l'indagine ne mette in evidenza il minor dinamismo, pur registrando una sostanziale tenuta per le banche italiane. Nel campione internazionale di Mediobanca ci sono solo Unicredit e Intesa Sanpaolo, ma sono stati elaborati alcuni indicatori per tutti i nove istituti presenti tra le 30 maggiori società quotate.
Per quanto riguarda gli utili netti, sia le due grandi sia il campione allargato hanno seguito il miglioramento registrato a livello europeo dal settore tra il 2002 e il 2007, quando Unicredit e Intesa Sanpaolo avevano utili netti pari al 28,9% dei ricavi e la media delle nove banche il 27%, meglio del 25,7% della media europea. Nel 2008, però, mentre il campione delle grandi banche europee è andato in rosso con perdite pari al 6% dei ricavi, le italiane si sono limitate a dimezzare sostanzialmente i margini, con utili pari al 14,6% dei ricavi per le due big e al 12,1% per l'insieme delle 9 grandi.
Perdite su crediti inferiori alla media
Su livelli molto inferiori alla media europea le perdite su crediti delle banche italiane nel 2008: se per i grandi istituti del vecchio continente le perdite su crediti l'anno scorso sono balzate al 23,6% dei ricavi dal 10% di un anno prima, per i due maggiori istituti italiani il peggioramento é stato dal 7,4% al 13,4% e di poco superiori i dati del campione delle nove banche in esame. Questo comportamento sui crediti, spiegano a R&S, può essere dovuto o a un comportamento prudente delle banche europee che hanno svalutato molto di più delle italiane o al fatto che le banche italiane non hanno crediti che necessitano di grandi svalutazioni, questione su cui bisogna affidarsi all'attività di vigilanza.
Altra peculiarità del sistema bancario italiano emersa dallo studio, il rapporto più virtuoso in Europa tra produttività e costo del lavoro per dipendente, dovuto più all'espansione delle maggiori banche italiane nell'Europa Centro-Orientale che allo sviluppo della produttività, superiore solo a quello della Francia."
(Il Sole 24 ore)
Il campione di banche europee considerate da R&S a fine giugno 2008 aveva un total capital radio dell'11,8, a fronte di un 8 minimo regolamentare, e gruppi come Ubs (15,7), Dresdner Bank (14,4%), Rbs (13,1) erano ai vertici della classifica, nonostante entro fine anno abbiano poi avuto bisogno di aiuti pubblici. Situazione analoga negli Usa, dove il coefficiente medio era di 12,7. Tra la fine del 2007 e il giugno 2008, con l'introduzione di Basilea 2, il total capital ratio delle maggiori banche europee e Usa è addirittura migliorato di circa un punto, forse per problemi nella valutazione della qualità degli attivi da parte delle banche e delle agenzie di rating, non lasciando presagire quello che stava per accedere.
I sintomi della crisi imminente, osservano a R&S, erano più leggibili in altri indicatori, a partire dal rapporto tra il totale delle passività e il capitale netto tangibile, che segnalava le grandi banche europee in posizioni più critiche di quelle Usa: le prime a fine 2007 avevano un passivo pari in media a 34,6 volte il patrimonio, passivo che é balzato nel 2008 a 43,4 volte, mentre le seconde nel 2007 erano a quota 26,5 volte, ma già in miglioramento nel 2008 a 20,9 volte grazie alle massicce ricapitalizzazioni del sistema bancario avvenute nella seconda parte dell'anno.
A fine 2007 la posizione di gran lunga più precaria risultava quella di Hypo Real Estate, la banca tedesca salvata dal governo, che a fine 2007 aveva passività pari a 112 volte il patrimonio netto tangibile, seguita da Ubs con 79,7 volte, Deutsche Bank con 68,1 volte, WestLb con 65,9 volte e Ing con 54,8 volte: tutte banche che sono state aiutate per far fronte alla crisi.
Per le banche italiane «sostanziale tenuta»
Quanto alle banche italiane, l'indagine ne mette in evidenza il minor dinamismo, pur registrando una sostanziale tenuta per le banche italiane. Nel campione internazionale di Mediobanca ci sono solo Unicredit e Intesa Sanpaolo, ma sono stati elaborati alcuni indicatori per tutti i nove istituti presenti tra le 30 maggiori società quotate.
Per quanto riguarda gli utili netti, sia le due grandi sia il campione allargato hanno seguito il miglioramento registrato a livello europeo dal settore tra il 2002 e il 2007, quando Unicredit e Intesa Sanpaolo avevano utili netti pari al 28,9% dei ricavi e la media delle nove banche il 27%, meglio del 25,7% della media europea. Nel 2008, però, mentre il campione delle grandi banche europee è andato in rosso con perdite pari al 6% dei ricavi, le italiane si sono limitate a dimezzare sostanzialmente i margini, con utili pari al 14,6% dei ricavi per le due big e al 12,1% per l'insieme delle 9 grandi.
Perdite su crediti inferiori alla media
Su livelli molto inferiori alla media europea le perdite su crediti delle banche italiane nel 2008: se per i grandi istituti del vecchio continente le perdite su crediti l'anno scorso sono balzate al 23,6% dei ricavi dal 10% di un anno prima, per i due maggiori istituti italiani il peggioramento é stato dal 7,4% al 13,4% e di poco superiori i dati del campione delle nove banche in esame. Questo comportamento sui crediti, spiegano a R&S, può essere dovuto o a un comportamento prudente delle banche europee che hanno svalutato molto di più delle italiane o al fatto che le banche italiane non hanno crediti che necessitano di grandi svalutazioni, questione su cui bisogna affidarsi all'attività di vigilanza.
Altra peculiarità del sistema bancario italiano emersa dallo studio, il rapporto più virtuoso in Europa tra produttività e costo del lavoro per dipendente, dovuto più all'espansione delle maggiori banche italiane nell'Europa Centro-Orientale che allo sviluppo della produttività, superiore solo a quello della Francia."
(Il Sole 24 ore)
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venerdì 12 giugno 2009
USA: piccole banche a rischio frodi
Secondo Nessa Feddis, consigliere di ABA, i rischi di frode per le banche americane si starebbero spostando verso gli istituti di dimensioni ridotte, poiché “i frodatori stanno realizzando che le grandi banche hanno sviluppato sistemi per contrastarli.”
Riporto un articolo tratto da Portalino News su questo tema:
Il recente ‘ABA Deposit Fraud Survey’ ha rilevato come le frodi sugli assegni nel 2001 presso le banche medio piccole siano ‘esplose’, ma siano state “significativamente basse” per le banche commerciali con bilanci superiori ai cinque miliardi.
“Il problema è che molte ‘community bank’ si sono dotate solo recentemente dell’internet banking“e non hanno implementato un’adeguata sicurezza per tali servizi”, osserva Jody Pratt della società di soluzioni per il rischio Carreker Corp.
Con quasi un terzo delle perdite dovute a frodi presso le banche piccole ricondotte a clienti affiliati ad esse da meno di sei mesi, la Feddis allerta le banche locali a prestare particolare attenzione ai nuovi clienti.
Dick Clausen (SVP presso Bank of America) le invita ad essere vigili nel verificare l’identità dei nuovi clienti , visto che “le frodi sembrano provenire da clienti nuovi, e non da quelli già affiliati”.
Nello stesso senso va Pratt , che ritiene che le banche dovrebbero dividere le informazioni con le banche più grandi che “imparato che se non collaborano con esse, le frodi saranno fuori controllo”.
I tentativi di frode ai danni delle banche americane nel 2001 sono quasi raddoppiati, riporta ABA, ma le banche hanno ridotto l’incidenza unitaria di tali perdite del 23%, a 1,163 dollari.
“Le banche’ super - regionali ‘ hanno bloccato l’86% dei tentativi di frode su assegni, mentre le banche ‘community’ ne hanno bloccato solamente il 55%, scrive American Banker.
I tentativi di frode su assegni ai danni di banche americane nel 2001 hanno superato i 4,3 miliardi di dollari, ma le perdite sono rimaste relativamente stabili (698 milioni di dollari) e i sistemi per la prevenzione di frodi su assegni delle banche di grandi dimensioni hanno bloccato più dell’80% dei tentativi".
(Marcello Berlich - Portalino.it)
Riporto un articolo tratto da Portalino News su questo tema:
Il recente ‘ABA Deposit Fraud Survey’ ha rilevato come le frodi sugli assegni nel 2001 presso le banche medio piccole siano ‘esplose’, ma siano state “significativamente basse” per le banche commerciali con bilanci superiori ai cinque miliardi.
“Il problema è che molte ‘community bank’ si sono dotate solo recentemente dell’internet banking“e non hanno implementato un’adeguata sicurezza per tali servizi”, osserva Jody Pratt della società di soluzioni per il rischio Carreker Corp.
Con quasi un terzo delle perdite dovute a frodi presso le banche piccole ricondotte a clienti affiliati ad esse da meno di sei mesi, la Feddis allerta le banche locali a prestare particolare attenzione ai nuovi clienti.
Dick Clausen (SVP presso Bank of America) le invita ad essere vigili nel verificare l’identità dei nuovi clienti , visto che “le frodi sembrano provenire da clienti nuovi, e non da quelli già affiliati”.
Nello stesso senso va Pratt , che ritiene che le banche dovrebbero dividere le informazioni con le banche più grandi che “imparato che se non collaborano con esse, le frodi saranno fuori controllo”.
I tentativi di frode ai danni delle banche americane nel 2001 sono quasi raddoppiati, riporta ABA, ma le banche hanno ridotto l’incidenza unitaria di tali perdite del 23%, a 1,163 dollari.
“Le banche’ super - regionali ‘ hanno bloccato l’86% dei tentativi di frode su assegni, mentre le banche ‘community’ ne hanno bloccato solamente il 55%, scrive American Banker.
I tentativi di frode su assegni ai danni di banche americane nel 2001 hanno superato i 4,3 miliardi di dollari, ma le perdite sono rimaste relativamente stabili (698 milioni di dollari) e i sistemi per la prevenzione di frodi su assegni delle banche di grandi dimensioni hanno bloccato più dell’80% dei tentativi".
(Marcello Berlich - Portalino.it)
giovedì 11 giugno 2009
Banche europee come le banche USA?
Riporto queste considerazioni dall'ottimo blog intermarketandmore.investireoggi.it:
"Lo scenario mi sembra abbastanza chiaro. Ormai negli USA assistiamo (e ne vedremo ancora) diverse fusioni/incorporazioni. Il piano Paulson non può non passare, magari con qualche modifica o limitazione.
A conferma che negli USA la situazione è già in uno stadio più avanzato che in Europa (senza però dimenticare che qui le cose erano comunque ben peggiori).
Alla fine ci ritroveremo con alcuni grandi colossi che, come degli highlander, domineranno la scena, passeranno momenti difficili, ma ne verranno fuori.
Europa? Come negli USA…
E in Europa? Molto probabilmente capiterà lo stesso. Però , come vedete, siamo ancora ad uno stadio embrionale. Mi verrebbe quasi da dire che, a livello temporale, siamo ai tempi della prima grande operazione di Bail Out, quella tra Bear Stearn e JP Morgan.
Probabilmente siamo già più avanti. Ce lo dimostrano i “bail out” (ormai va di moda…) di Dexia e di Fortis, diventate tutto di un colpo nazionalizzate.
Ma come scrivevo in alcuni commenti della settimana scorsa, ci sono banche che , invece, sarebbero difficilmente salvabili in Europa, vista la loro drammatica grandezza e il loro cospicuo passivo.
Qualche nome?
Senza fare terrorismo direi Ing Bank, Barclays o Deutsche Bank.
Ho pensato nel cappello tre nomi di banche che, effettivamente, un po’ per i derivati e un po’ per l’esagerata leva finanziaria, hanno una situazione non proprio florida.
Quindi, aspettiamoci pure, nelle prossime settimane, un aggravamento della situazione bancaria europea, con fusioni, incorporazioni e…bail out (salvataggi) dell’ultimo minuto, magari di banche che , fino al giorno prima, spergiuravano di essere ipersolide e con le casse piene di liquidità.
Ormai io non mi sorprendo più di nulla."
(http://intermarketandmore.investireoggi.it)
"Lo scenario mi sembra abbastanza chiaro. Ormai negli USA assistiamo (e ne vedremo ancora) diverse fusioni/incorporazioni. Il piano Paulson non può non passare, magari con qualche modifica o limitazione.
A conferma che negli USA la situazione è già in uno stadio più avanzato che in Europa (senza però dimenticare che qui le cose erano comunque ben peggiori).
Alla fine ci ritroveremo con alcuni grandi colossi che, come degli highlander, domineranno la scena, passeranno momenti difficili, ma ne verranno fuori.
Europa? Come negli USA…
E in Europa? Molto probabilmente capiterà lo stesso. Però , come vedete, siamo ancora ad uno stadio embrionale. Mi verrebbe quasi da dire che, a livello temporale, siamo ai tempi della prima grande operazione di Bail Out, quella tra Bear Stearn e JP Morgan.
Probabilmente siamo già più avanti. Ce lo dimostrano i “bail out” (ormai va di moda…) di Dexia e di Fortis, diventate tutto di un colpo nazionalizzate.
Ma come scrivevo in alcuni commenti della settimana scorsa, ci sono banche che , invece, sarebbero difficilmente salvabili in Europa, vista la loro drammatica grandezza e il loro cospicuo passivo.
Qualche nome?
Senza fare terrorismo direi Ing Bank, Barclays o Deutsche Bank.
Ho pensato nel cappello tre nomi di banche che, effettivamente, un po’ per i derivati e un po’ per l’esagerata leva finanziaria, hanno una situazione non proprio florida.
Quindi, aspettiamoci pure, nelle prossime settimane, un aggravamento della situazione bancaria europea, con fusioni, incorporazioni e…bail out (salvataggi) dell’ultimo minuto, magari di banche che , fino al giorno prima, spergiuravano di essere ipersolide e con le casse piene di liquidità.
Ormai io non mi sorprendo più di nulla."
(http://intermarketandmore.investireoggi.it)
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martedì 9 giugno 2009
Banche Usa: troppo grandi da gestire?
"Negli ultimi venti anni il numero delle banche americane si è più che dimezzato in favore dei grandi colossi finanziari. Il 6 aprile del 1998 la fusione tra Citicorp e Travelers Group diede vita ad un colosso da 140 miliardi di dollari di capitalizzazione e 700 miliardi di asset in gestione).
Il boom di acquisizioni e fusioni che hanno occupato le pagine dei giornali degli ultimi venti anni, ha creato quello che oggi è la finanza moderna.
Invece di creare nuovi poli bancari costruiti sulla bontà delle operazioni e sulla logica 'industriale', il settore M&A è stato per anni il più proficuo per banche d'affari impegnate a 'spingere' progetti di aggregazione titanici su cui applicare le laute commissioni di consulenza. Sostenuto da un tale atteggiamento, il sistema bancario americano è passato dai 18.000 istituti degli anni ottanta, a meno di 8.500 istituti di oggi.
Questo ha portato alla creazione di “Super Banche” come Citibank, Bank of America, Washington Mutual, Wachovia.
Tutti giganti che si sono dimostrati troppo grandi per fallire ma anche troppo grandi per essere gestiti (al meglio). Oltre alle dimensioni, e i relativi problemi di governance, gli Stati Uniti oggi si trovano con circa il 65% dei depositi custoditi da un gruppetto di banche (peraltro già fallite senza gli aiuti del Governo): tutto questo in barba alla diversificazione e alla concorrenza di mercato."
(da un articolo di Marco Mairate, bluerating.com)
Il boom di acquisizioni e fusioni che hanno occupato le pagine dei giornali degli ultimi venti anni, ha creato quello che oggi è la finanza moderna.
Invece di creare nuovi poli bancari costruiti sulla bontà delle operazioni e sulla logica 'industriale', il settore M&A è stato per anni il più proficuo per banche d'affari impegnate a 'spingere' progetti di aggregazione titanici su cui applicare le laute commissioni di consulenza. Sostenuto da un tale atteggiamento, il sistema bancario americano è passato dai 18.000 istituti degli anni ottanta, a meno di 8.500 istituti di oggi.
Questo ha portato alla creazione di “Super Banche” come Citibank, Bank of America, Washington Mutual, Wachovia.
Tutti giganti che si sono dimostrati troppo grandi per fallire ma anche troppo grandi per essere gestiti (al meglio). Oltre alle dimensioni, e i relativi problemi di governance, gli Stati Uniti oggi si trovano con circa il 65% dei depositi custoditi da un gruppetto di banche (peraltro già fallite senza gli aiuti del Governo): tutto questo in barba alla diversificazione e alla concorrenza di mercato."
(da un articolo di Marco Mairate, bluerating.com)
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martedì 28 aprile 2009
Dalle banche ai banchi
Cosa fare se la tua carriera è stata distrutta dalla crisi finanziaria? Perché non tornare a scuola, dandosi all’insegnamento?
Greg Fleming, ex presidente di Merrill Lynch, è ora membro della facoltà di legge Yale Law School.
Questo semestre l'ex manager, che ha perso il lavoro dopo la fusione tra Merrill Lynch e Bank of America, terrà una serie di lezioni sui fatti accaduti negli ultimi 18 mesi.
Ma Fleming non è solo.
Frank Yeary, ex numero uno delle attività M&A di Citigroup, è ora vice cancelliere per l'università di Berkley, mentre da Harvard si può assistere alle lezioni di Edward Frost, l'ex numero uno dell'investment management di Goldman Sachs.
Greg Fleming, ex presidente di Merrill Lynch, è ora membro della facoltà di legge Yale Law School.
Questo semestre l'ex manager, che ha perso il lavoro dopo la fusione tra Merrill Lynch e Bank of America, terrà una serie di lezioni sui fatti accaduti negli ultimi 18 mesi.
Ma Fleming non è solo.
Frank Yeary, ex numero uno delle attività M&A di Citigroup, è ora vice cancelliere per l'università di Berkley, mentre da Harvard si può assistere alle lezioni di Edward Frost, l'ex numero uno dell'investment management di Goldman Sachs.
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giovedì 23 aprile 2009
Banche USA: ritorno all’utile
In questi giorni vengono pubblicati i risultati aziendali negli Usa e in gran parte dell’Europa, tra cui quelli dei colossi americani J. P. Morgan, e Goldman Sachs.
I risultati? Dire migliori del previsto è un eufemismo: sembra addirittura che sia partita la corsa alla restituzione dei fondi pubblici elargiti tramite il TARP, il programma di aiuti pubblici al sistema bancario che si dice abbia salvato le grandi banche dal fallimento.
I risultati? Dire migliori del previsto è un eufemismo: sembra addirittura che sia partita la corsa alla restituzione dei fondi pubblici elargiti tramite il TARP, il programma di aiuti pubblici al sistema bancario che si dice abbia salvato le grandi banche dal fallimento.
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